Il “Sowjetisches Ehrenmal”. In uno splendido parco un luogo-simbolo di valori universali

La Memoria ha sempre grande importanza per qualunque popolo, ma per i tedeschi ancora di più essendo questa ancora più coessenziale ai processi di democratizzazione che hanno avviato sulle macerie della sconfitta subita nella seconda guerra mondiale. Da qui l'importanza del “Sowjetische Ehrenmal”, il Memoriale per i soldati sovietici nel  Parco Treptow. Il significato di questo monumento del racconto di  Franco Di Giangirolamo, dalla nostra rubrica dedicata alle esperienze dei soci Auser che vivono all'estero.

La memoria ha sempre grande importanza, a qualsiasi latitudine e per qualunque popolo, anche nel caso in cui si voglia disfarsene; per i tedeschi ho l’impressione, a pelle, che ne abbia anche di più essendo questa ancora più coessenziale ai processi di democratizzazione che hanno avviato sulle macerie della sconfitta subita nella seconda guerra mondiale.
Ciò che mi meraviglia ancora è che in una città come Berlin, dove si è immersi nei graffiti, dove convivono architetture avveniristiche e il trash da coatti, dove transitano centinaia di culture e sottoculture, insomma, dove non ci si meraviglia di niente, sia abbastanza ridotto il numero degli “sfregi” al patrimonio culturale, ivi compreso quello che ricorda gli aspetti più orribili della storia recente tedesca che, al contrario, è rigorosamente ben curato.

Di ciò mi sono reso ben conto quando, non lontano dalla mia prima residenza a Berlino, sull’isola della Gioventù, nel mezzo del Parco Treptow (bellissimo e da visitare, anche ricordando che nel 1919 Karl Liebknecht e Rosa Luxembourg  vi radunarono 150.000 operai in sciopero), nascosto da alberi secolari, ho scoperto un Ehrenmal di cui non immaginavo l’importanza. Passandoci frequentemente davanti con il bus e vedendo un semaforo e un passaggio pedonale all’altezza dell’accesso, con fermata del mezzo pubblico annunciata dal microfono, senza imbarazzo, come “Sowjetische Ehrenmal” (Memoriale per i soldati sovietici), con tanto di sosta autorizzata per pullman e auto, il dubbio che si trattasse di una cosa piuttosto importante mi era venuto ma non ero andato avanti con l’esplorazione, considerandolo alla stregua di un ricordo della DDR, sopravvissuto alla caduta del muro di 26 anni prima.
Compresi meglio il giorno che decidemmo, grazie alla mia signora, di deviare la routinaria passeggiata nel parco con i bimbi in carrozzina e  di soddisfare la curiosità  imboccandone finalmente l’ingresso fino a trovarci di fronte ad un monumentale complesso di cui mi è difficile descrivere l’imponenza.
Si tratta di un cimitero in senso stretto, essendovi sepolti realmente quasi 5.000 soldati sovietici sui 22.000 che sono morti per la liberazione di Berlino (7 maggio 1945) nel corso della quale caddero anche oltre 20.000 soldati tedeschi e 30.000 civili.
Se Jacow Bielopolski (architetto) e Jewgien Wuczeticz (scultore) abbiano fatto un bel lavoro non lo saprei dire ma imponente lo è di certo. Per alcuni, per me certamente, è anche di grande impatto emotivo.
La costruzione è durata 3 anni, si è conclusa nel 1949 ed è stata realizzata dalla divisione dell’Armata Rossa che occupò Berlino, impegnando anche un migliaio di operai tedeschi, su un’area molto vasta che porta fino al mausoleo sul quale si erge la figura di un soldato, di 11 metri di altezza, che ha in braccio un bambino e spezza con la spada la svastica nazista che è a terra.
Tutto il parco è mantenuto in modo quasi incredibile ed è visitato da una quantità di persone di ogni età che non avrei mai sospettato.  Fiori freschi tutti i giorni ai caduti, numerosi giardinieri che curano il verde, silenzio rispettoso e commosso di quanti, parlando le più diverse lingue, salgono le scale del mausoleo. Sembrano lavati di recente anche i grandi blocchi di pietra disposti lungo il viale con  bassorilievi scultorei e, cosa ancora più stupefacente, scritte epiche in russo e tedesco, firmate Stalin.
Il 7 maggio di ogni anno si svolge una grande cerimonia per il ricordo della conquista di Berlino e il parco si riempie di stand, perlopiù russi (la comunità russa è abbastanza numerosa), e si tengono manifestazioni ufficiali, con presenze proporzionali alle relazioni politiche del momento tra DDR (oggi Germania) e URSS (oggi Russia), ma sempre con la partecipazione dei combattenti sopravvissuti, delle loro associazioni combattentistiche, con il sacrosanto orgoglio di essere stati dalla parte giusta oltre che vincente e, per non pochi, con l’illusione comprensibilissima di esserlo ancora.
Non mancano cibi, balli, bandiere, costumi caratteristici, ricordi immersi nella wodka, non mancano neanche i berlinesi veri, non saprei dire se tutti nostalgici della DDR (i cosidetti Ostalgici) o se semplici cittadini democratici il cui rispetto che esprimono per i caduti dell’allora nemico credo sia dovuto alla consapevolezza profonda, gradatamente e faticosamente conquistata, di essere in debito con quei ragazzi morti per la libertà e la pace di cui hanno potuto godere.
Un debito che accomuna tutti noi cittadini europei nel ricordo delle vittime civili e militari che hanno reso possibile a tutti, e in particolare alla mia generazione, di vivere, forse per la prima volta nella storia, una intera vita senza dover imporre ne subire gli orrori della guerra.
Sono tornato altre volte a girare nell’Ehrenmal: a volte con i nostri piccoli per passare un pomeriggio tra i fiori e l’erba dei prati, altre volte per leggere un libro in un luogo certamente tranquillo o per sonnecchiare all’ombra di un albero, altre ancora per interrompere la solitudine cui non di rado vanno soggetti gli anziani quando emigrano e.....dialogare in silenzio con qualcuno. Un dialogo fatto di poche domande, le mie, sulla loro vita, il loro mondo affettivo, i progetti, le speranze, etc. e di tante risposte: le loro, che mi arrivano con le parole dei miei genitori e dei nonni, delle tante testimonianze dei protagonisti di quei drammatici eventi, ascoltate direttamente nel corso della vita o lette sui libri.
E’ esperienza comune quella di commuoversi un poco quando si entra in intimità con luoghi e simboli che rappresentano valori condivisi e universali , ed è capitato anche a me, forse non solo per l’età, che, dialogando con quei ragazzi, mi diventasse il cuore grosso. Un giorno un signore, forse perché non sono riuscito a camuffare bene un po’ di commozione, mi ha chiesto se lì sotto era sepolto un mio parente. Istintivamente ho fatto cenno di sì con la testa. Non era una menzogna.

Franco Di Giangirolamo
(8 febbraio 2017)
 

Sedi: Emilia Romagna

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